ROMA – Pubblichiamo di seguito il contributo, a firma del senatore Ernesto Rapani, sul tema del rapporto tra opportunità politica, garantismo e ruolo della Commissione parlamentare Antimafia, alla luce della recente decisione della Corte costituzionale sul caso Scarpinato.
“La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal senatore Roberto Scarpinato contro la Commissione parlamentare Antimafia. Una decisione che non entra nel merito della vicenda, ma che chiude almeno per il momento una battaglia istituzionale portata avanti dal parlamentare del Movimento 5 Stelle”.
“I fatti sono noti. Nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Caltanissetta sono emerse intercettazioni telefoniche e messaggi nei quali compare anche Scarpinato, interlocutore di un altro magistrato sottoposto a indagini. La Commissione parlamentare Antimafia ha acquisito e messo a disposizione dei propri componenti quel materiale. Il senatore Scarpinato ha contestato tale utilizzo sostenendo che sarebbe stata necessaria una preventiva autorizzazione del Senato e ha quindi promosso un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta”.
“La Corte ha però stabilito che quel ricorso non poteva essere presentato direttamente dal singolo parlamentare contro la Commissione, chiarendo che, in una situazione del genere, sarebbe spettato eventualmente al Senato agire nelle forme previste dall'ordinamento. È una decisione che merita rispetto. Ma accanto al piano giuridico esiste quello politico e istituzionale. Ed è qui che sorgono alcune domande che non possono essere eluse”.
“Per anni abbiamo assistito a lezioni quotidiane di moralità pubblica impartite da una parte della politica e da una parte del mondo giudiziario. Bastava un avviso di garanzia, un'indagine o perfino un sospetto per chiedere dimissioni, passi indietro, esclusioni da incarichi pubblici. Il principio di opportunità veniva invocato come una verità assoluta. Questa vicenda pone quantomeno una questione di opportunità, ragion per cui il senatore Scarpinato avrebbe dovuto autosospendersi dalla Commissione, se non addirittura dimettersi”.
“Oggi, invece, assistiamo a una sorprendente inversione di rotta. Un componente della Commissione parlamentare Antimafia, il principale organismo parlamentare impegnato nel contrasto alle organizzazioni criminali, compare in intercettazioni emerse nell'ambito di un'inchiesta per fatti di mafia e continua a partecipare ai lavori dell'organismo che si occupa anche di quella vicenda. Tutto normale. Nessuna riflessione sull'opportunità. Nessuna richiesta di fare un passo indietro. Nessuna indignazione”.
“Sia chiaro: nessuno mette in discussione il principio di presunzione di innocenza, che deve valere per tutti. Ma proprio per questo dovrebbe valere sempre e non soltanto quando riguarda persone considerate vicine a una determinata area culturale o politica. È questa la vera questione. La credibilità delle istituzioni si fonda sulla coerenza. Non possono esistere cittadini, amministratori o parlamentari sottoposti a un rigorismo inflessibile e altri beneficiari di un garantismo senza limiti. Non possono esistere regole diverse a seconda della convenienza politica del momento”.
“Gli italiani hanno imparato a riconoscere queste contraddizioni. E forse è proprio questo che oggi dà più fastidio ai professionisti dell'indignazione: non il giudizio degli avversari, ma il fatto che sempre più cittadini vedano con chiarezza l'esistenza di due pesi e due misure” conclude.


