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RENZO: “LA BUONA EDUCAZIONE HA BISOGNO DI UNA COMUNITÀ CHE LA SOSTENGA”

18-06-2026 07:36

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RENZO: “LA BUONA EDUCAZIONE HA BISOGNO DI UNA COMUNITÀ CHE LA SOSTENGA”

La pedagogista interviene sul ruolo dell’educazione come leva per contrastare violenza, bullismo, inciviltà e degrado sociale

CORIGLIANO-ROSSANO – Educare al rispetto, al limite, al no e alla convivenza civile è indispensabile. Ma pensare che basti ripetere queste parole per fermare bullismo, violenza giovanile, aggressioni ai docenti, femminicidi e comportamenti incivili significa non voler guardare la profondità del problema. L’educazione è certamente la base di una società più stabile, anche dal punto di vista economico e civile; ma senza famiglie presenti, scuole autorevoli, servizi funzionanti e uno Stato capace di far rispettare le regole, resta un principio giusto dentro un sistema che continua a non reggere.

 

A dirlo è la pedagogista Teresa Pia Renzo, intervenendo sul ruolo dell’educazione come leva per contrastare violenza, bullismo, inciviltà e degrado sociale. Un tema attualissimo di cui si hanno, purtroppo, riscontri quotidiani anche nelle nostre strade, nelle piazze e nelle nostre scuole. Un tema richiamato anche dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ma che non può essere ridotto ad una dichiarazione di principio se poi ogni attore della comunità educativa continua a demandare ad altri la propria parte di responsabilità.

 

Il no – aggiunge la professionista da oltre vent’anni consulente per la crescita della prima infanzia - è una parte dell’educazione, non l’intero percorso. Un bambino o un ragazzo deve imparare che non tutto si ottiene, che il desiderio incontra un limite, che il rifiuto dell’altro va rispettato, che la frustrazione non può trasformarsi in aggressione. Ma questo apprendimento nasce in famiglia, si rafforza nella scuola e viene confermato dalla società solo se il sistema, nel suo complesso, funziona. Se in casa il no non esiste, se a scuola ogni regola viene contestata, se nello spazio pubblico chi urla o minaccia ottiene più attenzione di chi rispetta le procedure, il messaggio educativo si spezza.

 

E guai a banalizzare la violenza di genere. Il femminicidio – ricorda - non può essere trattato come un omicidio qualunque, perché porta con sé radici culturali, relazionali e sociali precise: possesso, incapacità di accettare un rifiuto, dominio, annullamento dell’altro. La stessa matrice educativa distorta si ritrova in molti episodi di bullismo e aggressività giovanile: l’altro non è più persona da rispettare, ma ostacolo da piegare, corpo da colpire, volontà da forzare.

 

Per la pedagogista, il nodo è la frammentazione delle responsabilità. La famiglia chiede alla scuola di educare. La scuola chiede alla famiglia di collaborare. Le istituzioni producono indirizzi, campagne e progetti. Ma se nessuno si assume fino in fondo il proprio compito, il risultato è un vuoto educativo dentro il quale crescono rabbia, prepotenza e senso di impunità. La famiglia deve educare alle regole. La scuola deve poterle far rispettare. Lo Stato deve garantire che quelle regole abbiano conseguenze reali.

 
Non si può chiedere alla scuola – prosegue la professionista - di essere presidio di civiltà se poi i docenti vengono lasciati soli davanti a famiglie aggressive, contestazioni continue e pressioni sui voti o sulle sanzioni disciplinari. Un insegnante deve poter valutare, richiamare e correggere senza essere delegittimato. Ma il problema riguarda anche il resto della società: il cittadino educato al rispetto si confronta spesso con servizi pubblici congestionati, procedure lente e contesti nei quali la regola viene percepita come un ostacolo anziché una garanzia. Una scuola senza strumenti di tutela non educa ma resiste, e quando anche le istituzioni non riescono a sostenere chi rispetta le regole, l’educazione ricevuta rischia di essere messa continuamente alla prova.

 

La buona educazione resta fondamentale, ma non può reggere da sola dentro una società che non dà il buon esempio. Se un genitore parcheggia dove non deve, aggredisce un operatore allo sportello, contesta con violenza un docente o pretende scorciatoie davanti ai figli, sta smentendo con i fatti ciò che dice di voler insegnare. L’educazione non è un discorso da fare ai ragazzi, ma un comportamento quotidiano degli adulti. Per questo - conclude Renzo - serve una comunità educativa reale, nella quale famiglia, scuola, servizi, enti locali e Stato condividano responsabilità e obiettivi. Non basta dire ai ragazzi che devono accettare un no. Bisogna costruire attorno a loro un mondo in cui il no abbia senso, le regole siano rispettate, la scuola sia tutelata, le famiglie facciano le famiglie e lo Stato faccia lo Stato. Altrimenti continueremo a parlare di educazione mentre, nei fatti, lasciamo crescere una società incapace di educare.

 

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