CORIGLIANO-ROSSANO – Ogni generazione inventa il proprio linguaggio. Cambiano i saluti, le espressioni, i modi di riconoscersi, le parole usate per dire amicizia, rabbia, sfida, appartenenza o distanza. Fin qui non c’è nulla di scandaloso. Il problema nasce quando quelle parole smettono di essere soltanto gergo giovanile e vengono associate a comportamenti aggressivi, provocatori, offensivi o violenti. Perché a quel punto il linguaggio non accompagna più la crescita: comincia a deformarla. E questo non possiamo permettercelo perché altrimenti saremmo una società di barbari.
A dirlo è la pedagogista Teresa Pia Renzo intervenendo sul tema del linguaggio utilizzato oggi da adolescenti e giovanissimi, anche alla luce dei recenti casi di cronaca nazionale in cui parole, video, reel e audio diffusi sui social hanno amplificato comportamenti di arroganza, minaccia e mancanza di rispetto davanti a tragedie e dolore.
Non bisogna demonizzare automaticamente parole come Bro’, Frate o altri idiomi usati dai ragazzi per riconoscersi tra coetanei. Ogni epoca ha prodotto il proprio vocabolario generazionale. Il punto non è la parola in sé, ma il contesto nel quale viene usata e il comportamento al quale viene collegata. Se un’espressione giovanile resta dentro un registro di gioco, appartenenza o comunicazione quotidiana, può essere semplicemente il segno di un cambiamento linguistico. Se invece viene associata a minacce, umiliazioni, aggressività, sfida agli adulti o disprezzo verso una vittima, diventa un codice diseducativo.
Poi c’è il ruolo dei social, dei video brevi, delle canzoni e dei contenuti digitali nella diffusione dei linguaggi giovanili. Bambini e ragazzi ascoltano, ripetono, imitano, spesso senza avere gli strumenti per distinguere ironia, provocazione, volgarità, aggressività o violenza simbolica. La parola, ripetuta dentro un contenuto virale, diventa modello. E quando il modello è associato alla prepotenza, alla derisione o alla minaccia, il rischio educativo diventa evidente.
Il tema non riguarda soltanto gli adolescenti. Secondo la pedagogista, da oltre vent’anni consulente per la crescita della prima infanzia, anche i bambini più piccoli vengono esposti precocemente a parole, toni e frasi che appartengono a un mondo emotivo e relazionale non adeguato alla loro età. Le ripetono – ricorda - senza comprenderne davvero il peso, ma intanto le inseriscono nel proprio modo di comunicare. È così che un linguaggio nato altrove entra nella scuola, nei giochi, nelle relazioni tra pari, nei cortili, nelle famiglie e nei contesti educativi.
Comunità grandi e complesse come Corigliano-Rossano – aggiunge - non possono considerare questi fenomeni lontani. Nei gruppi di ragazzi, nelle piazze, davanti alle scuole, nelle chat, sui profili social e nei luoghi di aggregazione, il linguaggio diventa spesso il primo segnale di un clima educativo che cambia. Prima dell’aggressione fisica c’è quasi sempre una parola che prepara il terreno: una presa in giro, una minaccia, una sfida, un’etichetta, una frase ripetuta per sentirsi forti davanti agli altri. Ecco perché il linguaggio – osserva ancora la pedagogista – non è mai soltanto linguaggio. Se un ragazzo impara a parlare solo per provocare, sminuire o dominare, finirà per usare la parola come anticamera della violenza. Se invece viene educato a dare peso a ciò che dice, potrà comprendere che anche una frase può ferire, umiliare o costruire distanza.
Per la pedagogista, servono adulti capaci di ascoltare i ragazzi senza rincorrerli e senza imitarli. La famiglia e la scuola non devono trasformarsi in tribunali delle parole, ma neppure rinunciare a correggere. Quando un’espressione diventa offensiva, sessista, aggressiva o violenta, va fermata. Non basta dire sono ragazzi o parlano così. Ogni generazione – conclude Teresa Pia Renzo – crea il proprio modo di parlare. Ma quando una parola viene affiancata a un comportamento incivile, aggressivo o violento, quella parola cambia funzione. Non comunica più: educa male. E una comunità che vuole crescere ragazzi rispettosi deve avere il coraggio di intervenire anche da lì, dal modo in cui i ragazzi imparano a nominare sé stessi e gli altri.


