CORIGLIANO-ROSSANO – Una scuola che tratta tutti allo stesso modo non è automaticamente una scuola inclusiva. Può diventare, al contrario, una scuola ingiusta. Perché includere non significa cancellare le differenze, appiattire i percorsi, premiare allo stesso modo chi ha raggiunto gli obiettivi e chi non li ha raggiunti. Significa accompagnare ciascun ragazzo secondo i suoi bisogni, riconoscendo fragilità e potenzialità, ma senza rinunciare alla valutazione reale delle competenze.
È questa la posizione della pedagogista Teresa Pia Renzo intervenendo nel dibattito acceso dalle recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci, sulla scuola differenziata per livelli, sul lavoro formativo dopo i 14 anni e sulla necessità di superare un modello scolastico ritenuto troppo lassista. Un dibattito che, secondo Renzo, va affrontato senza slogan, distinguendo ciò che può aprire una riflessione utile da ciò che rischia di semplificare eccessivamente tutto in populismo e razzismo.
Uno degli equivoci più pericolosi – sottolinea - riguarda proprio la parola inclusione. Includere un bambino o un ragazzo con difficoltà non vuol dire attribuirgli lo stesso giudizio di chi ha seguito un percorso diverso, ha acquisito competenze differenti o ha raggiunto obiettivi più avanzati. Il percorso inclusivo – osserva – deve essere costruito per fasi, con strumenti adeguati, obiettivi realistici, accompagnamento educativo e valutazione coerente. Se invece tutto viene uniformato, l’inclusione smette di essere un progetto di vita e diventa qualcos’altro di non definito, una formula vuota che non serve al ragazzo e nemmeno alla società.
Per la pedagogista che da oltre vent’anni rimane punto di riferimento di tantissime famiglie per la crescita della prima infanzia, la valutazione non può essere ridotta ad un meccanismo punitivo, ma neppure trasformata in una certificazione formale priva di contenuto. Dire ad un ragazzo che ha raggiunto competenze – sottolinea - che in realtà non possiede significa tradirlo. Il cosiddetto sei politico – aggiunge – non protegge chi è in difficoltà. Lo espone, domani, ad un mondo del lavoro, ad una società e ad un sistema di responsabilità nei quali quelle carenze emergeranno con più forza.
C’è chi studia, frequenta, migliora, rispetta il percorso, investe energie e raggiunge risultati concreti. E c’è chi, per ragioni diverse, non riesce ad arrivare agli stessi obiettivi. Ecco, la scuola deve saper accompagnare entrambi, ma non può fingere che i risultati siano identici. Se la differenza tra impegno e disimpegno, tra competenza acquisita e competenza non raggiunta, tra progresso reale e passaggio automatico scompare, anche il valore educativo della scuola si indebolisce.
Il tema, però, non è scaricare la responsabilità sui docenti. Al contrario, bisogna chiedersi perché – dice - oggi molti insegnanti non siano più messi nelle condizioni di valutare, correggere, pretendere e distinguere senza subire pressioni, contestazioni o delegittimazioni. Una scuola che ha paura di dire la verità ad uno studente, ad una famiglia o ad una classe non può educare davvero. Può soltanto amministrare il percorso.
L’insegnamento di sostegno, così come ogni intervento su fragilità cognitive, comportamentali, sociali o ambientali, richiede competenze specifiche, formazione adeguata e continuità. Non basta coprire una necessità organizzativa. Bisogna garantire qualità educativa. Perché un bambino fragile non ha bisogno di essere semplicemente “preso in carico”: ha bisogno di essere accompagnato da figure capaci di leggere il suo percorso e di costruire risposte adeguate.
La verità – conclude Teresa Pia Renzo – è che oggi abbiamo bisogno di una scuola capace di essere onesta. Onesta con chi ha difficoltà, onesta con chi si impegna, onesta con le famiglie, onesta con il Paese. Se un ragazzo non ha acquisito una competenza o è incapace ad acquisirla, bisogna dirlo e aiutarlo a raggiungerla qualora è possibile. Se invece gli diciamo che va tutto bene quando non è vero, non lo stiamo includendo: lo stiamo lasciando solo davanti al futuro.


