CORIGLIANO-ROSSANO – Quando una città, nel pieno dell’estate, fatica a offrire ai bambini luoghi adeguati per giocare, muoversi, socializzare e vivere esperienze educative, non soffre soltanto di una carenza di spazi e proposte. Ha un problema più profondo: non ha ancora deciso davvero che posto dare all’infanzia nella propria idea di comunità. L’estate dei bambini non può essere lasciata esclusivamente alla gestione privata delle famiglie, tra ferie da incastrare, nonni disponibili, costi da sostenere e giornate riempite troppo spesso da uno schermo. Il diritto al gioco, alla relazione e al movimento non può diventare un privilegio di chi può pagare o di chi ha una rete familiare forte.
È la pedagogista Teresa Pia Renzo ad intervenire nel dibattito sulla difficoltà, per tante famiglie calabresi, di garantire ai bambini un’estate fatta di socialità e spazi accessibili. Una riflessione che va affrontata senza semplificazioni: è vero – dice - che le città sono spesso poco accoglienti, è vero che molti servizi non bastano, è vero che i centri estivi possono pesare sui bilanci familiari, ma è altrettanto vero che non si può continuare soltanto a denunciare il problema senza chiedersi che cosa istituzioni e comunità stiano facendo per costruire soluzioni.
Ogni anno, con la fine delle attività scolastiche, si apre la stessa frattura. Le scuole si svuotano già da giugno, l’infanzia spesso rallenta prima della conclusione naturale del mese, mentre molte famiglie continuano a lavorare. Non tutti i genitori hanno ferie lunghe, non tutti possono contare sui nonni, non tutti possono permettersi settimane intere di servizi privati. Per questo – osserva la professionista da oltre vent’anni consulente per la crescita della prima infanzia – la conciliazione vita-lavoro non può essere trattata come un favore alle famiglie, ma come una questione strutturale di civiltà educativa.
Il Piano Estate e i contributi pubblici ai centri estivi rappresentano strumenti importanti, soprattutto per le famiglie economicamente più fragili. Consentono di alleggerire i costi e di garantire, almeno per alcune settimane, attività educative, ricreative e inclusive. Tuttavia, questi strumenti funzionano solo se accompagnati da programmazione, controlli, qualità dell’offerta e spazi realmente vivibili. Aprire una scuola d’estate ha senso se quella scuola può accogliere bambini ed educatori in condizioni dignitose. Con il caldo sempre più intenso, aule senza climatizzazione, cortili senza ombra e aree esterne non attrezzate rischiano di trasformare un servizio utile in un servizio soltanto teorico.
Chi gestisce strutture educative conosce bene il peso dei costi, dell’energia, del personale, della sicurezza e delle norme da rispettare. Restare aperti in estate non significa semplicemente occupare il tempo dei bambini, ma rispondere a un bisogno sociale. Per questo – sottolinea ancora la pedagogista – il privato educativo serio va sostenuto, ma anche chiamato alla responsabilità. Fare impresa educativa significa non fermarsi alla lamentela, ma provare a costruire soluzioni concrete, anche partendo da piccoli spazi, purché adeguati, sicuri e pensati davvero per i bambini.
Una città a misura di bambino è un complesso urbano con parchi curati, alberi, panchine all’ombra, percorsi sicuri, piste ciclabili vere, spazi sensoriali, aree gioco dignitose e luoghi pubblici nei quali si possa stare senza dover necessariamente consumare e quindi spendere. Ecco perché, bisogna pretende che ciò che viene programmato diventi visibile, fruibile e verificabile. Negli anni a Corigliano-Rossano sono stati annunciati interventi di rigenerazione urbana. Dove sono questi luoghi nella vita quotidiana dei bambini?
La scuola è fondamentale, ma non può diventare l’unico contenitore di ogni bisogno sociale. Non può sostituire la città, la famiglia, le istituzioni, le associazioni, lo sport, la cultura e il vicinato. Una comunità che chiede alla scuola di risolvere tutto sta già ammettendo di non funzionare abbastanza. L’educazione dei bambini ha bisogno di una rete larga, nella quale ognuno faccia la propria parte.
Il tema dell’estate dei bambini – conclude Teresa Pia Renzo – non si risolve cercando un colpevole unico. Non basta dire che mancano i servizi, che le città sono sbagliate, che le scuole chiudono, che i centri costano o che le famiglie sono sole. Tutto questo è vero, ma proprio per questo serve una responsabilità collettiva. Se una città non sa dove mettere i suoi bambini d’estate, non deve ripensare soltanto il calendario delle vacanze ma deve ripensare sé stessa

