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MINORI VIOLENTI, RENZO SU DDL MELONI: BENE FERMEZZA, MA INTERVENIRE PRIMA DEL REATO

25-07-2026 12:12

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territori e tipicità, scuola, pedagogia, teresarenzo,

MINORI VIOLENTI, RENZO SU DDL MELONI: BENE FERMEZZA, MA INTERVENIRE PRIMA DEL REATO

La pedagogista di Co-Ro: La direzione della fermezza è condivisibile, ma il nodo educativo resta più profondo

CORIGLIANO-ROSSANO – Non è sempre vero che dietro un ragazzo violento non ci sia nessuno. A volte qualcuno c’è, ma ha smesso di educare. C’è una famiglia presente, ma incapace di dire no. C’è una scuola esistente, ma privata della propria autorevolezza. C’è uno Stato che chiede fermezza, ma troppo spesso non tutela abbastanza chi dovrebbe esercitarla: genitori, insegnanti, forze dell’ordine, istituzioni educative. E allora la stretta sull’imputabilità dei minori può essere necessaria, ma non basta. Perché se un ragazzo arriva a pensare che aggressione, sopraffazione, sfida e violenza siano strumenti di affermazione, il problema non nasce a 15 anni davanti a un giudice. Nasce molto prima, quando l’adulto rinuncia al proprio ruolo.

 

È quanto sostiene la pedagogista Teresa Pia Renzo intervenendo nel dibattito aperto dopo l’approvazione, da parte del Consiglio dei ministri, del disegno di legge che modifica le regole sull’imputabilità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni. Il provvedimento, secondo quanto spiegato dalla Premier Meloni, non abbassa l’età della responsabilità penale, che resta fissata a 14 anni, ma introduce una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere, salvo prova contraria. La direzione della fermezza – ribadisce la pedagogista - è condivisibile, soprattutto davanti a baby gang, aggressioni, rapine, uso di coltelli e violenza gratuita. Ma il nodo educativo resta più profondo.

 

Molte derive adolescenziali – aggiunge - iniziano molto prima dell’adolescenza, nella fase in cui il bambino incontra il limite e misura la tenuta dell’adulto. Se davanti alla protesta, al capriccio, alla sfida o alla pretesa il genitore cede sistematicamente, il bambino impara che la pressione funziona. È lì che si indebolisce il ruolo educativo. Educare non significa dare tutto, subito e sempre. Significa contenere, orientare, correggere, reggere il conflitto e accettare anche il rischio di non essere immediatamente approvati dal figlio.

 

Il problema, aggiunge la pedagogista, non è soltanto l’assenza delle famiglie. Spesso le famiglie ci sono, ma faticano a riprendere i figli, a riconoscere l’errore, a sostenere una sanzione educativa, a non giustificare ogni comportamento. Si cerca il consenso del figlio, poi quello degli altri adulti, e si finisce per trasformare ogni richiamo in un’offesa personale. Così il ragazzo non impara la responsabilità, ma l’impunità. Non impara il limite, ma la possibilità di aggirarlo.

 

 

Anche la scuola – ricorda ancora la professionista che da oltre vent’anni è punto di riferimento nella crescita e formazione della prima infanzia - deve essere rimessa nelle condizioni di esercitare il proprio ruolo. Non può essere caricata di ogni incapacità familiare e, allo stesso tempo, privata degli strumenti per valutare, correggere, pretendere rispetto e trasmettere sapere. Un insegnante che teme la reazione di un intero nucleo familiare davanti a un voto, a una nota o a un richiamo non è un educatore libero: è un professionista delegittimato. E una scuola delegittimata non può diventare presidio autorevole contro la violenza.

 

La responsabilità dei minori va affermata, ma insieme va ricostruita la responsabilità degli adulti e delle istituzioni. Se chi indossa una divisa non si sente protetto mentre tutela la collettività, se chi insegna non si sente sostenuto mentre valuta o richiama, se chi educa viene lasciato solo davanti alla prepotenza, il messaggio che passa ai ragazzi è devastante: le regole esistono, ma chi deve farle rispettare è debole. È dentro questa debolezza percepita che molti comportamenti aggressivi trovano spazio.

 

La stretta normativa, quindi, può essere un segnale necessario, ma – conclude Teresa Pia Renzo - non può sostituire la ricostruzione dell’educazione quotidiana. Famiglia, scuola e Stato devono tornare a parlare la stessa lingua: rispetto, limite, responsabilità, conseguenza. Se aspettiamo i 15 o 16 anni per dire a un ragazzo che deve rispondere delle proprie azioni, siamo già in ritardo. La vera prevenzione comincia molto prima perché la libertà, senza regole, non diventa crescita: diventa sopraffazione

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